Difesa Donne - Diritto in Rosa TUTELA IL TUO DIRITTO DI DONNA
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PROGETTI E INIZIATIVE

PRIMAVERA IN SALUTE: STAGIONE DEL BENESSERE E PREVENZIONE PSICOLOGICA

 

Il disturbo post-traumatico da stress a seguito di esperienze stressanti quali lutto, violenze, maltrattamenti, separazioni e divorzi.

Si riceve gratuitamente tutti i giovedì del mese di febbraio 2017, previo appuntamento al numero 0637517268, oppure inviando una mail a dirittoinrosa@gmail.com

 Lo spazio offerto dall'Associazione Diritto in Rosa intende creare un ponte tra la vita prima del trauma e il percorso successivo creando una connessione che rappresenti una opportunità per rileggere la propria esperienza come una risorsa.

In questi ultimi decenni è molto cresciuto lo studio psicologico del Disturbo post-Traumatico da Stress, definito come una normale risposta di un soggetto ad un evento troppo doloroso e quindi traumatico.  

Tutti gli studiosi hanno rilevato che le esperienze stressanti hanno un bisogno urgente ed immediato di essere elaborate ed assorbite dall’individuo affinché non compromettano il suo funzionamento psichico futuro. Quando tale elaborazione mentale non avviene in modo rapido e sufficiente, il ricordo dello stress tende a riapparire in diversi modi: incubi, paura e, spesso, pensieri intrusivi. Poiché queste intrusioni sono spiacevoli, la persona prova di solito a respingerle, rinviando così l’elaborazione del materiale emozionale in questione. Ma si tratta di un circolo vizioso. Alcuni soggetti con PTSD continuano a subire queste intrusioni parecchi anni dopo il trauma. Sembra infatti che, nel PTSD, i tentativi di cancellare quell’esperienza dolorosa abbiano spesso l’effetto (paradossale ed inatteso) di consolidare la sua persistenza nel tempo, aumentandone addirittura la frequenza e ripetitività, sino a compromettere il buon funzionamento psichico del soggetto. 

Si è notato presto che i soggetti colpiti da eventi luttuosi e traumatici, se già non amavano soffermarsi da soli sul relativo ricordo, tanto meno amavano parlarne con personale sanitario dipendente dalla propria azienda di riferimento. D’altro canto, anche i servizi sanitari pubblici, presi da altre urgenze, tendevano a trascurare un adeguato sostegno dei soggetti in questa situazione. Pertanto il vuoto che si crea per le persone in questa condizione può che essere colmato da iniziative promozionali in cui si accolgono i soggetti e si aiutano, in un ambito non ancora terapeutico in senso stretto, ambito in cui si può riconoscere ed elaborare tale esperienza.

 

CAMPAGNA TUTELA DONNE E MINORI 2018

 L’Associazione Diritto in Rosa è impegnata, quest’anno, a promuovere e tutelare i diritti dei minori e della famiglia attraverso attività di informazione e tutela giuridica.

Abbiamo già affrontato nella campagna antiviolenza dello scorso anno il tema della violenza e i mille volti in cui essa si manifesta. Il tema della nuova campagna 2017 sarà proprio “l’oggetto” della violenza soprattutto le donne ed i minori, soggetti tradizionalmente più deboli e vulnerabili. 
Le vittime ed loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali e culturali e, a tutti i ceti economici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità comunica che almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. La violenza proviene generalmente dalla cerchia delle persone più vicine con le quali si hanno quotidiani rapporti di interazione e fiducia, piuttosto che da terzi o sconosciuti verso i quali appare più alto il livello di attenzione e la possibilità di difesa. 

I numeri parlano da soli. 

Nel solo anno 2007 le vittime di violenza ammontava a 1milione e 150 mila (5,4%) di cui il 16,3 % è costituito da minori e giovani ed il 7,9 % da donne di età superiore ai 25 anni. 

Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata 91,6%.

Le donne subiscono più forme di violenza tra le violenze fisiche rivelate il più frequente è essere spinta, strattonata afferrata per i capelli (56,7%), minacciata di essere colpita (52%), schiaffeggiata, presa a calci (36,1%).
Segue l’uso o la minaccia di uso di pistola o coltelli (8,1%) o il tentativo di strangolamento o di soffocamento (5,3%). 

Tra le forme di violenza sessuale le più diffuse sono le violenze fisiche, l’essere toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti sessuali non desiderati vissuti come violenza (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali umilianti (6,1%).

UN MILIONE E 400MILA DONNE HANNO SUBITO VIOLENZA SESSUALE PRIMA DEI 16 ANNI. 

MINORI VITTIME DI ABUSI, MALTRATTAMENTI E VIOLENZA:
Devastanti sono le conseguenze della violenza sessuale sul minore, sia in termini fisici che psicologici. Nelle vittime di abuso sessuale si manifesta con frequenza la c.d. “sindrome di adattamento”, ossia uno sdoppiamento della personalità che induce il minore, al tempo stesso, a voler bene e ad odiare i propri aguzzini. Molti studi concordano che il verificarsi di questo reato è indipendente da parametri di classe sociale, livello di istruzione, razza o etnia. 

SOTTRAZIONE MINORI:
Il bene giuridico tutelato è sia la tutela del minore che l’esercizio della potestà dei genitori. Anche la sottrazione del minore da parte del genitore naturale è sufficiente a configurare il reato. 
E’ configurabile il delitto di sottrazione di minore di un genitore ai danni dell’altro, poiché il principale bene giuridico tutelato dall’art. 574 c.p. è la potestà genitoriale. In mancanza di uno specifico provvedimento che affidi il figlio in via esclusiva ad uno dei genitori è configurabile il delitto di un genitore nei confronti dell’altro sia in caso di matrimonio che di famiglia di fatto. 

SOTTRAZIONE E TRATTENIMENTO DI MINORI ALL’ESTERO: 
ossia la condotta di chi sottrae un minore al genitore esercente la potestà genitoriale conducendolo o trattenendolo all’estero contro la volontà del genitore.

VITTIME DI BULLISMO: 
ossia tutte le condotte di prevaricazione e sopruso compiute da parte di un bambino o adolescente (definito bullo) nei confronti di un altro bambino o adolescente percepito come più debole. Generalmente i protagonisti sono bambini e ragazzi, in età scolare, che condividono l’ambiente della scuola. Le azioni si protraggono nel tempo per settimane, mesi o anni e sono ripetute. La vittima quasi sempre non è in grado di difendersi, appare isolata ed ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme vendette.

MINORI VITTIME DEL WEB :
Molti utenti di internet e soprattutto minori, sottovalutano gli effetti delle cose che dicono e che fanno quando navigano nel web: i fenomeni più gravi sono le molestie, le minacce, l’adescamento sessuale, la pedopornografia ed il cyberbullismo. 
La cronaca negli ultimi anni ci ha parlato di ragazzi e bambini che addirittura sono giunti a togliersi la vita a causa della circolazione e diffusione sul web di foto spiacevoli, giudizi beffardi ed insulti. 

ADOZIONI:  
L’adozione ha lo scopo di assicurare ad ogni bambino una famiglia. Adottare pertanto non è un diritto degli adulti, che si rendono disponibili ad adottare un bambino e chiedere che ne sia accertata l’idoneità.
L’istituto dell’adozione risponde al diritto di ogni bambino di avere una famiglia.
Il percorso ha delle differenze a seconda che si voglia adottare un bambino italiano o non italiano.

METODOLOGIE E STRUMENTI: l’Associazione opera attraverso uno sportello per la consulenza presso la sede di Roma, Piazza Santa Maria Liberatrice n. 45, per cui gli utenti previo appuntamento, possono avere una consulenza volta a tutelare famiglie minori che si trovano ad affrontare un momento di difficoltà.

FINALITA’: Sostenere le donne ed i minori ad intraprendere un percorso di denuncia; supportare le donne e le famiglie; attuare un progetto volto a garantire e supportare le famiglie, durante i momenti di crisi familiare e di difficoltà, sotto il profilo giuridico

 


 

COMUNICATO STAMPA

25 Novembre: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. 

In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, istituita nel 1999 per dar voce e spazio ad un dramma mondiale che sempre più' spesso si consuma all'interno delle mura domestiche, l’Associazione "Diritto in Rosa" - centro di informazione e sostegno legale che si propone di tutelare e promuovere i diritti delle persone – si unisce al coro di tutti coloro i quali dicono “NO” alla violenza di genere.
“La violenza”, dice il Presidente dell'Associazione, Avv. Angela Speranza Russo, “e' sintomo di una responsabilità' sociale da condividere con tutti affinché nasca, cresca e si diffonda una cultura del rispetto e della tolleranza oltre le norme.”
La campagna contro la violenza sulle donne dell'Associazione "Diritto in Rosa" sempre volta alla prevenzione ed all’informazione giuridica, con il suo sportello legale attivato a supporto anche delle vittime di violenza, spazia dalla difesa personale all’assistenza processuale passando per iniziative a carattere culturale e didattico proprio per contrastare la violenza contro le donne e migliorare la qualità della loro vita.
Quest'anno, per celebrare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, accanto al consueto sostegno legale e psicologico alle donne vittime di violenza l'Associazione presenta il secondo ciclo di autodifesa rivolto alle donne che si articolera in due incontri, sabato 29 e domenica 30 novembre uno di carattere tecnico (esaminando le varie tipologie di aggressione o atti lesivi dell'integrità psicofisica delle donne) e l’altro di carattere pratico dove si porrà l'attenzione sulla prevenzione, prontezza o capacità' di reazione al fenomeno lesivo innestato nel contesto sociale e/o familiare in cui ciascuno vive.
Nella consapevolezza di contribuire così a fare del nostro mondo un posto migliore, l’Associazione Diritto in Rosa invita chiunque fosse interessato a mettersi in contatto tramite il sito www.dirittoinrosa.com oppure scrivendo a dirittoinrosa@gmail.com

 


 

Convegno "Noi ragazze di oggi"

Presso la Camera dei Deputati, via della Mercede 55 - Roma.

 Un breve estratto dagli atti del convegno.

PROSTITUZIONE MINORILE: profili giuridici

Mentre la legge n. 75 de 1958 non fornisce una definizione del concetto di prostituzione, la legge 268 del 1998 configura l’attività di prostituzione nel compimento di “atti sessuali in cambio di denaro o di altra utilità economica”.
Per atti sessuali deve intendersi ogni condotta che manifesti esteriormente l’istinto sessuale umano tra cui rientrano sia glia atti di congiunzione carnale che quelli si semplice libidine, quali la masturbazione, la palpazione ed anche le carezze. 
Le condotte punite sono lo SFRUTTAMENTO: ossia il comportamento di chi percepisce denaro o ogni altra utilità derivante dall’attività di prostituzione, con la consapevolezza che i proventi derivano dall’illecito commercio, si precisa che che non è necessario che sia prefissata una proporzione di partecipazione al guadagno, basta anche una occasionale ed unica partecipazione al guadagno per configurare il delitto di sfruttamento.

 Altra condotta punita è il FAVOREGGIAMENTO: ossia quando l’agente compie qualsiasi attività idonea a rendere più agevole l’esercizio all’altrui prostituzione.

Ovviamente non è necessario che l’agente abbia un fine di lucro nè un fine di libidine per integrare l'ipotesi del favoreggiamento.

Concetto di INDUZIONE: ossia ogni attività che è idonea a determinare a persuadere a convincere il minore a concedere le proprie prestazioni sessuali, ovvero a rafforzare il convincimento del minore a prostituirsi o a far persistere chi invece vorrebbe allontanarsene.
Ai fini della induzione pertanto non è rilevante che il soggetto passivo sia già dedito alla prostituzione: infatti sussiste l’induzione anche quando l’agente rafforza la determinazione già maturata dal minore di prostituirsi né tantomeno l’esercizio della violenza e minaccia nei confronti della vittima è un evento necessario alla configurazione del reato.

Il delitto si consuma, nelle sue tre configurazioni, sin dal compimento del primo atto criminoso mentre per lo sfruttamento si ritiene necessaria la percezione del profitto.

Quanto invece all’elemento soggettivo del reato la fattispecie è punibile a titolo di dolo generico: l’età del soggetto passivo rientra nell’oggetto del dolo; 
di conseguenza in caso di errore sull’età, trattandosi di un elemento costitutivo del reato si applica la disciplina generale sull’errore di fatto ai sensi dell’art. 47 cp.

1 comma: La pena è la reclusione da 6 a 12 anni e della multa da 15.000 a 150.000 (la pena detentiva e quella pecuniaria non sono più alternative bensì congiunte (in ossequio a quanto disposto dalla decisione-quadro del consiglio dell’Unione Europea de 2003 relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, la stessa che poi a portato alla modifica sull’età che oggi è dai 14 ai 18 anni).

La punibilità della condotta del CLIENTE (dunque anche della domanda non solo dell’offerta della prostituzione) costituisce una novità rispetto alla legge Merlin, finalizzata a reprimere in modo fermo il fenomeno della prostituzione minorile.
A tal proposito ci tengo a precisare che la configurazione del delitto non si richiede che l’iniziativa sia presa dal cliente, ma viene punito anche colui che accetta la proposta del minore che, data la giovane età non è in grado di valutare il disvalore della sua condotta.


CICLO DI INCONTRI: NOI PROTAGONISTE
 
L'Associazione Diritto in Rosa presenta "NOI PROTAGONISTE!": ciclo di incontri tematici.  

CALENDARIO:
27 febbraio 2014: maltrattamento e aggressività nel contesto di coppia (Dott.ssa C.Pedullà)
13 marzo 2014: la naturopatia in aiuto delle donne (Dott.ssa A. De Almeida)
27 marzo 2014: la grafologia come possibilità di osservare disagi e sofferenze (Dott.ssa B. Calabrese)
10 aprile 2014: conoscenza dei diritti all'interno della coppia (Avv. F. Anselmi)
24 aprile 2014: La crisi della famiglia: profili giuridici (Avv. Angela Speranza Russo e Avv. Valentina Biagi).

Tutti gli incontri si svolgeranno presso la LIBERA ACCADEMIA DI ROMA - Viale Giulio Cesare n. 78 (metro A Ottaviano).

INGRESSO LIBERO SU PRENOTAZIONE: per le prenotazioni ed ulteriori informazioni inviare una mail a dirittoinrosa@gmail.com oppure compilare l'apposito modulo nella sezione contatti del nostro sito ufficiale www.dirittoinrosa.com.

In collaborazione con l'Associazione Genere Femminile e la Libera Accademia di Roma.
 
Abbiamo scelto di affrontare nell’ultimo incontro del ciclo “Noi Protagoniste” un tema di grande attualità quale è “la crisi della famiglia” ai nostri giorni.

Con altrettanta attenzione abbiamo deciso di dare al tema un taglio diverso, non sarà né una lezione didattica né tantomeno dottrinale.

Sarà una riflessione un un momento di confronto su un fenomeno in crescita, un fenomeno in cui si trovano coinvolte molti di noi e soprattutto molti dei nostri figli: la società contemporanea è fortemente mutata e sta cambiando anche il concetto di famiglia.

Crediamo pertanto che l’analisi della normativa vigente e l’individuazione delle cause del conflitto tra i genitori sia un’importante punto di partenza verso l’individuazione di una soluzione migliore dove protagonisti saranno i minori.
 
 
 
COMUNICATO STAMPA
 
6 GENNAIO 2014: GIORNATA CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI
 
Occasione per ricordare quanto è ancora alto il rischio per le nuove generazioni di bambine. La prevenzione della diffusione di pratiche di mutilazione in territori d’adozione come l’Italia è un valore importante e condiviso tra operatori e ricercatori, in considerazione dei rischi sanitari e psicologici per le giovani donne che le subiscono.
 
Gli Avvocati Angela Speranza Russo e Valentina Biagi dell' associazione Dirittoin Rosa, ritengono che anche e soprattutto in questo campo la Prevenzione e linformazione hanno un ruolo molto importante nella battaglia contro le MGF: solo facendo capire quali sono i rischi si possono eliminare le pratiche clandestine. La prevenzione e l'informazione infatti consentono da una parte di creare una maggiore consapevolezza fra le donne mutilate e dall’altra permettono di combattere la diffidenza e l’ignoranza dei cittadini che potrebbe portare a una vera e propria emarginazione di un gruppo specifico di individui.  

Dal punto di vista giuridico, continuano gli Avvocati Russo e Biagi tale consapevolezza assume un’importanza centrale per la configurazione del dolo nel reato. Sebbene l’ignoranza della legge penale non venga scusata, come sancito dall’art. 5 c.p., risulta problematico applicare una fattispecie di reato alle operatrici che non solo non comprendono a fondo quello che stanno facendo, ma che, al contrario, reputano l’intervento necessario per avere una vita normale e finalizzato al bene di chi vi si sottopone.
 
La posizione del legislatore italiano è fermamente orientata verso la creazione di una fattispecie ad hoc che preveda la punibilità delle mutilazioni genitali femminili e non solamente la possibilità di ricondurre le stesse alla fattispecie delle lesioni personali gravi e gravissime previste dagli artt. 582 e 583 c.p.
 
Tale esigenza viene sentita per garantire quei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, come il diritto alla salute tutelato dall’art. 32 e l’indisponibilità della propria integrità fisica sancito dall’art. 5 c.c.ve la presente difesa intende ulteriormente precisare il reale svolgimento dei fatti posti all' attenzione del giudicante.
 
 

GIURISPRUDENZA

LE ULTIME SULLA PAS (Alienzazione parentale) 

La PAS non è una malattia ma una condotta illecita

Tribunale, Milano, sez. IX civile, decreto 11/03/2017

Il Tribunale di Milano, sez. IX civ., decreto 9-11 marzo 2017, torna a decidere su un caso di alienazione parentale, la così detta PAS (sindrome di alienazione parentale), ribadendo che non si tratta di una patologia da indagare clinicamente, ma di una serie di condotte rilevanti per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale.

L’accertamento in giudizio di queste condotte impone, inoltre, una pronuncia di condanna ex art. 96 comma II c.p.c., per grave abuso dello strumento processuale.

Il caso

Dopo una prima regolamentazione del tribunale sul diritto di frequentazione del padre con la figlia nata da una convivenza di fatto, la madre aveva depositato un ricorso ex art. 709 ter c.p.c., segnalando che, dopo la pronuncia del decreto giudiziale, sarebbero insorte complicazioni riguardanti i rapporti tra il padre e la figlia minore: in particolare, il disinteresse del padre e la conseguente reazione della figlia minore.

A fronte della relazione del Servizio sociale, dalla quale risultava che la bambina era del tutto contraria ad avere frequentazioni con il padre a causa dell’idea di essere portata via dalla madre, il tribunale aveva disposto l’affidamento della minore al Comune, limitando la responsabilità genitoriale delle parti ma lasciando il collocamento presso la madre.

Il giudizio proseguiva con una CTU per l’esame diretto della bambina.

Dalla perizia risultava che la minore aderiva in maniera totale alla versione dei fatti narrati dalla madre, finendo per distorcere anche il dato reale. Al padre risultavano attribuite modalità comportamentali riferibili solo alla categoria dell’aggressività, nel tentativo della madre di renderlo inammissibile agli occhi della figlia piccola.

In conclusione, la consulente affermava: “finché la madre non darà il suo avallo, la figlia non potrà costruire una relazione buona e fiduciosa con il padre. Nel padre la madre vede solo negatività e non sa trovare nessun aspetto positivo o buono”.

Si ipotizzava, inoltre, un diverso collocamento: presso il padre oppure in affido etero familiare, che avrebbe consentito almeno un parziale recupero della relazione padre-figlia e la concreta disponibilità e possibilità del padre di farsi carico della bambina nella quotidianità.

Il provvedimento del tribunale.

La relazione tra figlia e papà è stata compromessa da comportamenti alienanti del genitore collocatario. Secondo il Tribunale milanese, il termine alienazione genitoriale – per la prevalente dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, ma un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale. 

Tali condotte non richiedono l’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o l’origine patologia delle condotte.

I comportamenti della madre hanno causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di vulnerabilità per la figlia.

Un affido esclusivo al padre non è stato ritenuto applicabile a causa della sua fragilità emotiva, dovuta alla crisi degli affetti, e a causa del disagio della figlia di rifiuto del padre. 

Il provvedimento contiene l’espressa previsione dell’utilizzo della sanzione prevista per la responsabilità processuale aggravata nei confronti del genitore alienante che abbia promosso la causa.

La madre che agisce in giudizio contro il padre per questioni relative ai figli, e risulti poi essere l’autrice di comportamenti alienanti, propone una azione che è da ritenere processualmente viziata da colpa grave e come tale meritevole di sanzione ex art. 96 comma III c.p.c.

L’art. 96 comma III c.p.c. risponde ad una funzione sanzionatoria delle condotte di chi, abusando del proprio diritto di azione e di difesa, si serve dello strumento processuale a fini dilatori, contribuendo così ad aggravare la mole del contenzioso e, conseguentemente, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti.

La norma istituisce un’ipotesi di condanna di natura officiosa per l’offesa arrecata alla giurisdizione (Corte Cost., sentenza 23 giugno 2016, n. 152). 

La madre è stata quindi condannata alle spese del processo e a una somma di uguale misura, da quantificarsi sul valore delle spese di lite. 

La giurisprudenza sul fenomeno PAS

Il Tribunale di Milano, con decreto del 13 ottobre 2014, aveva ritenuto inammissibile l’accertamento istruttorio relativo all’esistenza della sindrome da alienazione parentale poiché non è ancora riconosciuta sul piano scientifico.

Il comportamento “alienante” può rilevare sotto altri e diversi profili, ma non come “patologia” del minore, che quindi non può essere sottoposto ad accertamenti diagnostici.

Con la sentenza del 20 marzo 2013, n. 7041, la Corte di Cassazione, pur non negando espressamente l’esistenza del fenomeno, ha anche affermato che non può essere il solo ed essenziale elemento sulla cui base prendere decisioni particolarmente incisive nella vita dei minori coinvolti in ipotesi di crisi familiare. La tutela del minore deve assumere sempre valore primario e l'astratta presenza del disagio non può essere posta, in maniera automatica, a fondamento di un provvedimento di affidamento o di decadenza dalla potestà, essendo necessaria una scelta giudiziale ponderata e verificata anche alla luce di tutte le eventuali censure e contraddizioni mosse dalle parti processuali o rilevabili nella comunità scientifica.

Tuttavia, con un’altra sentenza dello stesso anno (Cass. Civ. 8 marzo 2013, n. 5847) la Cassazione ha riconosciuto l’esistenza della PAS, confermando la decisione assunta dal giudice territoriale che, riformando la sentenza di primo grado, aveva disposto l'affidamento esclusivo alla madre a causa dei comportamenti ostruzionistici del padre – risultanti da una relazione psichiatrica – volti a demolire la figura della madre, costretta a subire l'allontanamento ingiustificato dei figli.

Un nuovo cambio di rotta si è avuto di recente con la sentenza della Cassazione n. 6919 dell’8 aprile 2016, in cui la Corte ha enunciato il seguente principio di diritto: in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.

 


 QUOTA DEL T.F.R. E INTERVENTO DELLA CASSAZIONE

Innanzi tutto si è escluso il diritto della donna a richiedere il TFR se non a seguito di un procedimento divorzile, essendo irrilevante la circostanza che questa in sede di separazione fosse titolare nel mantenimento.

Dunque allorché il marito, come spesso avviene, artatamente si dimetta dal lavoro prima del deposito del ricorso per divorzio, la moglie non potrà rivendicare alcunché del TFR.

In senso analogo si è anche pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n. 463 del 2002.

La Cassazione per sopperire in un certo qual modo ad artate manovre dell’obbligato per percepire la liquidazione prima del divorzio, ha comunque precisato come il diritto della quota del TFR maturi anche senza che intervenga la pronuncia del divorzio, purché però sia stata proposta almeno la relativa domanda giudiziale.

Un’altra questione che era frequentemente sorta era quella di stabilire se la moglie avesse diritto all’intera parte del TFR computando anche gli anticipi percepiti dal lavoratore o soltanto la parte versata alla fine del rapporto lavorativo.

L’orientamento ormai univoco è che vadano computate nel TFR tutte le somme percepite dal lavoratore sia prima, sia successivamente all’interruzione del rapporto.

In sostanza secondo costante  orientamento della Cassazione:

a) Ove l’indennità di fine rapporto maturi prima della proposizione della domanda giudiziale di divorzio e cioè del deposito in cancelleria del ricorso, il coniuge non ha diritto ad alcuna quota;

b) Ove l’indennità venga maturata dopo la pronuncia della sentenza di divorzio, può essere attribuita la quota di indennità di fine rapporto, anche con la stessa sentenza che pronuncia il divorzio e che dichiari il diritto al mantenimento;

c) Ove la liquidazione dell’indennità di fine rapporto venga a maturare dopo la proposizione della domanda giudiziale di divorzio, ma prima della pronuncia della sentenza, egualmente, allorché il Tribunale riconosca di dover pronunciare il divorzio e di determinare l’assegno di mantenimento, potrà attribuire nella stessa sentenza la quota del TFR, anche se percepita in precedenza al lavoratore, in favore del coniuge avente diritto;

d) Nella determinazione della quota del TFR vanno computate sia le somme dovute al termine del rapporto di lavoro che quelle percepite in corso di impiego, purché versate dopo l’entrata in vigore della legge n. 74/87.

La Cassazione, ha specificato che se non vi è assegno divorzile in concreto, non si potrà richiedere la percentuale del TFR.

Del resto sul punto già nel 1994 la Corte Costituzionale con la sentenza n. 199 aveva reiterato la pronuncia di inammissibilità sulla questione di legittimità costituzionale in asserito contrasto con l’art. 3 della Costituzione nella parte in cui escludeva il diritto di attribuire l’indennità di fine rapporto all’ex coniuge non titolare dell’assegno di divorzio.

 


 L'ex coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità? La parola alle Sezioni Unite

Cassazione Civile, sez. I, ordinanza 10/05/2017 n° 11453.

La Corte da atto, in prima battuta, dell’insegnamento reso dalla Sezione Plenaria nella sentenza n. 159/1998, che ha risolutivamente attribuito qualifica di autonomo diritto avente natura previdenziale al trattamento di reversibilità in favore del coniuge divorziato, che sorge in modo automatico alla morte del coniuge pensionato in forza di un’aspettativa maturata, sempre in via autonoma, nel corso della vita matrimoniale, per poi evidenziare che, per quanto confermato nelle successive pronunce a questa coeva, il medesimo orientamento ha condotto nella giurisprudenza lavoristica alla conseguenza dell’insussistenza del diritto quando la corresponsione periodica dell’assegno di divorzio non sia in corso al momento della domanda, affermando che, ferma la precondizione della titolarità attuale del diritto all’assegno di divorzio “la pensione di reversibilità (o una  quota di essa) può essere riconosciuta solo nei casi in cui, in sede di regolamentazione dei rapporti economici al momento del divorzio, le parti non abbiano convenuto la corresponsione di un capitale una tantum.” (Cass. Civ. sez. lav. n. 10458/2002).

Alla medesima conclusione, continua la Corte, è, poi, giunta la stessa Sezione Civile I della Corte (sentenza n. 17018/2003), ribadendo, seppur in sede di determinazione dei criteri di quantificazione della quota di pensione di reversibilità spettante al coniuge divorziato in concorso con il coniuge superstite, che il diritto in questione si fonda sulla precondizione della corresponsione periodica dell’assegno medesimo, salvo poi cambiare orientamento, sebbene trattando la diversa ma per molti aspetti analoga questione della costituzione o trasferimento di un diritto in luogo di un versamento periodico di una somma di denaro e della sua riconducibilità al concetto di titolarità dell’assegno divorzile, ed affermare “l’accordo intervenuto tra i coniugi in ordine all’attribuzione dell’usufrutto sulla casa coniugale a titolo di corresponsione dell’assegno di divorzio in un'unica soluzione, è idoneo a configurare la titolarità di detto assegno; ne consegue che tale costituzione di usufrutto soddisfa il requisito della previa titolarità di assegno prescritto dall’art. 5 della legge ai fini dell’accesso alla pensione di reversibilità o, in concorso con il coniuge superstite, alla sua ripartizione.” (Cass. Civ. n. 13108/2010; Cass. Civ. n. 16744/2011).

Il principio affermato da questo orientamento, in sostanza è quello secondo cui, ferma la natura previdenziale e l’autonomia del diritto alla pensione di reversibilità (o ad una quota di essa) in capo al coniuge divorziato, il requisito della titolarità dell’assegno richiesto dalla legge per il suo riconoscimento deve ritenersi soddisfatto tutte le volte in cui vi sia stato un accertamento giudiziale relativo alla sussistenza delle condizioni solidaristico-assistenziali ad esso sottese, restando irrilevante il fatto che sia stato già riconosciuto ed assolto il relativo pagamento in un’unica soluzione.


 

 

DIRITTO DI FAMIGLIA

DIVORZIO BREVE: Ddl approvato in via definitiva dalla Camera il 22.04.2015 

Ecco i punti chiave. 

 Separazioni giudiziali: nelle separazioni giudiziali si riduce da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo tra la separazione ed il divorzio, ossia è possibile chiedere il divorzio dopo dodici mesi dalla separazione.

 Separazioni consensuali: Nelle separazioni consensuali si riduce a sei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio; il termine più breve è riferito anche alle separazioni che, inizialmente contenziosa, si trasformano in consensuali;

Separazioni in corso: La cessazione del matrimonio può essere chiesta da uno dei coniugi o da entrambi se è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la se è stata pronunciata con sentenza  giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto la separazione di fatto è iniziata dal almeno sue anni prima del 1970. 

Separazione dei beni: Fino ad oggi la separazione dei beni avvenivano al momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione personale, il nuovo testo normativo prevede invece che la separazione dei beni avviene nel momento in cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale.

 


Quando sorge il diritto a rivendicare la quota di TFR?

L’art. 12 della legge divorzile 890/70 e successive modifiche così recita: “Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento e di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze, e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge, all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”. 

Affinché sorga il diritto alla liquidazione del TFR è necessario:

a) Che il coniuge richiedente sia titolare di un assegno divorzile;

b) Che questi non abbia contratto nuovo matrimonio. 

La liquidazione viene determinata in percentuale e comunque non superiore al 40%.

In sostanza una volta appurato il diritto alla percentuale del TFR il calcolo andrà fatto come segue: prima dovrà calcolarsi il 40% del TFR percepito o percependo dal marito. Poi andrà suddiviso il risultato per il numero degli anni prestati al servizio del datore di lavoro che versa l’indennità.

Infine bisognerà moltiplicare il risultato per gli anni di matrimonio in costanza del rapporto di lavoro.

In tale ultimo computo vanno anche calcolati gli anni successivi alla separazione fino al divorzio, (per la giurisprudenza il matrimonio non termina con la separazione, bensì con la pronuncia di divorzio).

 


 Il concetto di indennità di fine rapporto

 Anche su tale punto va detto che la giurisprudenza appare assolutamente rigida non ammettendo l’estensione del diritto della moglie se non a quello che costituisce il T.F.R. in senso stretto versato dal datore di lavoro al momento della pensione o della morte del lavoratore. 

In sostanza l’indennità di fine rapporto a cui fa riferimento l’art. 12 bis della legge n. 798/70 e succ. modifiche, non può che essere rappresentata unicamente da quella indennità comunque denominata, che maturando alla cessazione del rapporto di lavoro, è determinata in proporzione alla durata del rapporto medesimo ed all’entità della retribuzione corrisposta dal lavoratore.

Tale previsione riferita alla retribuzione in senso tecnico (in tal senso si era anche pronunciata la Cassazione n. 5720/2003), tipica del rapporto di lavoro subordinato pubblico o privato, non può pertanto essere estesa ad istituti di diversa natura preminentemente previdenziali o assicurativi aventi origini a da rapporti di lavoro non subordinato o di natura privata. Non rientrano nel T.F.R. quindi le varie l’indennità di cessazione dal servizio, corrisposte a taluni professionisti, accumunate al T.F.R. in senso stretto solo per la scadenza, e cioè versate al momento della cessazione dell’attività nè le altre indennità che, per il contratto specifico di lavoro applicato, vengono attribuite al dipendente al momento della cessazione del rapporto (il diritto di partecipare ad aumenti azionari, a partecipazioni in taluni settori dell’azienda e simili).

Lo stesso principio vale per le aziende in crisi per le altre indennità versate in ambito di lavoro subordinato, non strettamente configurabili quale TFR, come nel caso degli incentivi versati al lavoratore che decida di lasciare anticipatamente il lavoro nell’azienda in crisi e simili.


Attribuzione della pensione di reversibilità

Qualora sopravvengono giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del Pubblico Ministero, può su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura ed alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli art. 5 e 6.

In caso di morte dell’ ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.

Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5.

Se in tale condizione si trovano più persone, il Tribunale provvede a ripartire fra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.

 Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilità.

 


Suddivisione pensione reversibilità tra ex coniuge e vedova

Se il coniuge defunto non si era risposato, la pensione di reversibilità spetta solamente al coniuge divorziato superstite (ovviamente, se sussistono tutti i presupposti di legge e nei limiti dell’arco di durata del matrimonio poi conclusosi con il divorzio). Anche se dopo il divorzio il coniuge defunto aveva intrapreso una convivenza con un soggetto terzo, l’intera pensione di reversibilità spetta comunque all’ex coniuge divorziato. 

Se invece, dopo il divorzio, il defunto aveva contratto nuove nozze, allora la pensione di reversibilità spetta in parte all’ex coniuge divorziato e in parte al nuovo coniuge superstite, ossia alla vedova.

Secondo la Legge sul Divorzio la ripartizione delle quote viene fatta dal Tribunale in considerazione della durata dei rispettivi matrimoni: tuttavia, si è stabilito che il Tribunale non può basarsi soltanto sul numero di anni di durata di ciascun matrimonio, ma deve tenere in debita considerazione lo stato di bisogno dei singoli superstiti (divorziato e vedovo), ossia le relative condizioni economiche e reddituali, nonché se vi sia stata o meno da parte della vedova l’accudimento durante una malattia che ha portato alla morte il coniuge.

La pensione di reversibilità deve essere richiesta dall’ex coniuge superstite interessato alla pensione di reversibilità dovrà avanzare un apposito ricorso al Tribunale affinché il suo diritto sia accertato e riconosciuto. 

In tal caso il Tribunale valuta se, al momento della richiesta, il divorziato richiedente rispetta i tre presupposti richiesti dalla Legge sul Divorzio, ossia se già percepisce un assegno divorzile periodico dall’ex coniuge defunto,  se il suo stato civile è rimasto libero e se il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico è anteriore alla data in cui è stata pronunciata la sentenza di divorzio.

Al ricorso diretto al conseguimento della pensione di reversibilità deve essere allegato un atto notorio dal quale risultino tutti gli aventi diritto.


Reversibilità a favore dei genitori divorziati dopo la morte dell figlio per fatti di servizio

 La Legge sul Divorzio prende in esame anche un caso particolare: il diritto alla pensione di reversibilità in capo ai genitori divorziati il cui figlio sia morto per fatti di servizio. 

 In tale ipotesi, la pensione di reversibilità è attribuita automaticamente in parti eguali a ciascun genitore dall'ente erogante. Alla morte di uno dei due genitori divorziati, la quota parte di pensione si consolida automaticamente in favore dell’altro.

 La pensione di reversibilità spetta in parti uguali anche ai genitori divorziati del figlio dipendente statale deceduto in attività di servizio o militare in servizio permanente o continuativo.