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Separazione e Divorzio

ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER LA MOGLIE

LE ULTIME DELLA CASSAZIONE: VISIONI CONTRAPPOSTE

 

Cassazione: Addio al "tenore di vita" - Cassazione Civile, sez. I, sentenza 10/05/2017 n° 11504

Il giudice del divorzio, in relazione alla statuizione sull’assegno di mantenimento, dovrà informarsi al “principio di autoresponsabilità” economica di ciascuno degli ex coniugi, riferendosi soltanto alla loro indipendenza o autosufficienza economica.

L’esclusivo parametro per il giudizio d’inadeguatezza dei redditi o dell’impossibilità oggettiva di procurarseli è quello dell’indipendenza economica del richiedente.

L’autosufficienza può essere desunta dal possesso di redditi di qualsiasi specie, di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari, della disponibilità di una casa di abitazione e della capacità e possibilità effettive di lavoro personale.

La Cassazione Civile prima sezione civile, con la sentenza n. 11504 depositata il 10 maggio 2017, muta il proprio orientamento in materia di assegno divorzile. Con una svolta epocale, la Corte ancora il diritto al mantenimento nel divorzio, al presupposto della non autosufficienza economica del coniuge più debole, ritenendo non più attuale, nell’ambito dei mutamenti economico-sociali, il riferimento alla continuazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio.

In una sentenza dal contenuto rivoluzionario, anche la terminologia usata è nuova.

Si parla di “estinzione” del rapporto matrimoniale, sia sul piano dello statuspersonale, per cui il coniuge ritorna “persona singola”, sia sul piano dei rapporti patrimoniali.

 Con lo scioglimento del vincolo matrimoniale, si estingue il dovere reciproco di assistenza morale e materiale di cui all’articolo 143 c.c.

Il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto ai sensi dell’art. 5, Legge 898/70,  in seguito all’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge economicamente più debole per far fronte alle proprie esigenze.

Il presupposto dell’attribuzione è dunque la mancanza di adeguati mezzi economici da parte dell’altro coniuge o la difficoltà di procurarseli per ragioni oggettive.

Solo in presenza della suddetta condizione si valutano i seguenti parametri:le condizioni dei coniugi

  • le ragioni della decisione
  • il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio personale o comune durante il matrimonio
  • i redditi di entrambi
  • la durata del matrimonio 

La sentenza n. 2546 del 5 febbraio 2014 della stessa Corte la Cassazione, divenuta pietra miliare di ogni statuizione in tema di assegno divorzile, ha precisato che l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio si articola in due fasi.

In un primo momento il giudice verifica l'esistenza del diritto all’assegno in astratto, con riferimento all'inadeguatezza dei mezzi o all'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ponendoli in raffronto con il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio fissate al momento del divorzio, per poi determinare il quantum delle somme per superare l'inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell'assegno. 

Nella seconda fase, il giudice deve procedere alla determinazione in concreto dell'assegno in base alla valutazione equilibrata e bilaterale dei criteri indicati nell’art. 5,  che possono contenere e diminuire la somma considerata in astratto, e in ipotesi estreme anche azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio sia incompatibile con gli elementi di quantificazione.

La ragione dell’esistenza dell’assegno divorzile risiede nell’inderogabile dovere di solidarietà economica post coniugale.

Deve essere, pertanto, considerata prevalente la componente assistenziale in assenza degli adeguati mezzi economici del coniuge più debole ma, secondo la sentenza, ciò non può avvenire in caso di “indipendenza o autosufficienza economica”.

L’attribuzione dell’assegno in questo caso sarebbe un illegittimo arricchimento perché fondato soltanto sull’esistenza di un rapporto matrimoniale ormai estinto. 

Inoltre si tratterebbe di un obbligo tendenzialmente senza termine, un’attribuzione vita natural durante.

Fino ad ora, secondo la giurisprudenza costante, il parametro al quale rapportare il giudizio di adeguatezza dei mezzi economici del richiedente l’assegno, era il tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio. 

La Corte, citando la sentenza n. 11490 del 1990 che fu resa a sezioni unite, afferma che a distanza di quasi ventisette anni, il suddetto orientamento non è più ritenuto attuale.

Due anni fa la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 11 dell’11 febbraio 2015, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Firenze in relazione alla norma di cui allart. 5  della legge sul divorzio in materia di riconoscimento di assegno divorzile.

Nell’ambito di una causa di divorzio, era stata ritenuta rilevante e non manifestamente infondata la doglianza del difensore del coniuge obbligato a corrispondere l’assegno di mantenimento, poiché secondo “il diritto vivente” l’assegno divorzile deve essere concesso per garantire al coniuge economicamente più debole lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

La disposizione sarebbe stata in contrasto lart. 2 Cost., per “eccesso di solidarietà” perché viene imposto l’obbligo di far mantenere le stesse condizioni godute nel matrimonio al coniuge debole, ben oltre il matrimonio, anche per tutta la vita.

In relazione allart 3 Cost., per “contraddizione logica” fra lo scopo del divorzio che è quello di fare cessare il matrimonio e i suoi effetti, e quello della previsione del mantenimento, che spinge molto lontano dal momento del matrimonio, il concetto di tenore di vita in costanza di matrimonio.

 Inoltre, la norma sarebbe stata in contrasto con l’art. 29 Cost. perché l’obbligo, così configurato, è anacronistico in relazione all’evoluzione sociale della famiglia, del ruolo dei coniugi e dell’incidenza dei divorzi. 

La Corte Costituzionale aveva ritenuto infondata la questione di legittimità perché il criterio del tenore di vita non è l’unico elemento ai fini della statuizione sull’assegno. La legge sul divorzio indica una serie di elementi che il giudice deve prendere in considerazione, quali la condizione e il reddito dei coniugi, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, la durata del matrimonio e le ragioni della decisione.

La sentenza si era basata proprio sul costante orientamento della Cassazione, che è giudice della nomofilachia (uniformità d’interpretazione delle leggi) e che contribuisce principalmente a formare il diritto vivente, secondo il quale il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio rileva, per determinare in astratto il tetto massimo della misura dell’assegno, ma in concreto quel parametro deve essere successivamente bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso art. 5 (Cass. Civ. n. 2546/2014, Cass. Civ. n. 24252/2013 e Cass. Civ. n. 23797/2013).  

Da oggi un nuovo parametro per il giudizio d’inadeguatezza dei redditi/impossibilità oggettiva di procurarseli , quello dell’indipendenza economica del richiedente.

Il giudice dovrà informarsi al “principio di autoresponsabilità” economica di ciascuno degli ex coniugi, riferendosi soltanto all’indipendenza o autosufficienza economica. 

La Cassazione elenca in maniera specifica gli indici dai quali desumere l’autosufficienza:

 

  • il possesso di redditi di qualsiasi specie
  • il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari
  • la capacità e possibilità effettive di lavoro personale
  • la disponibilità di una casa di abitazione

L’onere della prova della mancanza degli adeguati mezzi o dei motivi oggettivi per poterseli procurare, graverà sulla parte richiedente l’assegno, che dovrà dimostrare la circostanza con “tempestive, rituali e pertinenti” allegazioni e deduzioni.

 

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Assegno di mantenimento: non vale il criterio dell'autosufficienza economica del coniuge 

La determinazione dell'assegno di mantenimento sulla base del tenore di vita dei coniugi, tenuto conto delle altre circostanze e dei redditi dell'obbligato, è l'espressione di valori costituzionali contenuti nell’art. 29 Cost.

La separazione personale dei coniugi, a differenza dello scioglimento del matrimonio o della cessazione dei suoi effetti civili, non estingue il vincolo coniugale. Permane l’obbligo di assistenza materiale nel quale si concretizza l'assegno di mantenimento.

Al contrario la solidarietà post-coniugale, che sta alla base dell'assegno di divorzio, è limitata, secondo i principi di diritto recentemente affermati, alla non autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno.

A pochi giorni dalla storica sentenza della Cassazione che ha cambiato il panorama del mantenimento in sede di divorzio, dichiarando che da oggi si applicherà il criterio dell’autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno, la Corte decide sul caso della separazione della coppia Berlusconi-Lario.

I giudici osservano che la vicenda esaminata, per l'eccezionale valore della consistenza patrimoniale e reddituale dell'obbligato, non trova alcun riscontro nelle controversie in materia di separazione personale dei coniugi nella quotidiana esperienza giurisprudenziale, tuttavia si conferma la decisione resa in sede di appello, avendo la Corte territoriale correttamente applicato e interpretato la norma di cui all'art. 156 comma 1 cod. civ. 

La sentenza di primo grado aveva stabilito un mantenimento mensile in favore del coniuge economicamente più debole di 3 milioni di euro mensili, ridotti a 2 milioni di euro in grado di appello.

Nel corso del giudizio erano state analizzate e comparate le situazioni patrimoniali e reddituali di entrambi i coniugi.

La moglie, socia unica di due società proprietarie di cespiti in Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Soltanto il patrimonio immobiliare produce un reddito annuo di 1 milione e 400.000,00 euro. Lei si era definita “casalinga”, lui l’aveva definita un “immobiliarista”. La Corte d’appello aveva, comunque affermato che la qualità di socio non implicava l’esercizio di un’attività imprenditoriale da parte della moglie.

Il marito, riconosciuto da Forbes fra gli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio di vari miliardi di dollari, proprietario di numerose ville prestigiose, titolare di un reddito medio annuo, risultante dalle dichiarazioni fiscali, di 53 milioni di euro.

Sulla base di questi dati, secondo la Cassazione, la Corte territoriale ha confermato correttamente il giudizio di inadeguatezza dei mezzi di cui disponeva la moglie al fine di conseguire il tenore di vita tenuto durante la convivenza coniugale, con conseguente diritto, tenuto conto delle evidenziate disponibilità del coniuge, all'assegno di mantenimento.

Per quanto attiene al quantum di mantenimento, la Corte di appello aveva ritenuto congruo un assegno di mantenimento di 2 milioni di euro mensili, considerando

  • l'elevatissimo tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale;
  • la lunga durata del rapporto matrimoniale e il contributo morale e affettivo reso dalla moglie all'intera famiglia;
  • l'impossibilità per l'appellata di riprendere l'attività di attrice abbandonata, con il consenso del coniuge, molti anni prima.

Il ricorso in Cassazione contiene svariate censure, tutte dichiarate infondate, tra cui l’eccezione d’illegittimità costituzionale dell'art. 156 cod. civ.  sollevata nel giudizio di appello, in riferimento agli artt. 1, 4, 36 e 38 della Costituzione, nel senso che l'assegno di mantenimento, “in considerazione della posizione preminente assegnata alla dignità del lavoro nella Costituzione, inconciliabile con l'acquisizione di posizioni economiche immeritate, non potrebbe superare una determinata soglia”. 

La disposizione di cui all’art. 156 cod. civ., consentendo al coniuge beneficiario dell'assegno di percepire somme superiori a qualsiasi lavoratore, eccedendo la possibilità di godere di un'esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.), andrebbe ad avvantaggiare uno status sociale e a consentire al beneficiario di sottrarsi al dovere di contribuire al progresso sociale mediante la propria attività lavorativa. 

Secondo i giudici della Cassazione l'eccezione d’illegittimità costituzionale in esame è manifestamente infondata.

La determinazione dell'assegno di mantenimento sulla base del tenore di vita dei coniugi, tenuto conto delle altre circostanze e dei redditi dell'obbligato, è l'espressione di valori costituzionali contenuti nell’art. 29 Cost., che enuncia il principio dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, riferibile anche, secondo la giurisprudenza costituzionale, all'obbligo di consentire al coniuge separato di mantenere lo stesso tenore di vita precedentemente goduto.

La Cassazione, evidenzia, infine la diversità tra assegno di mantenimento nella separazione e assegno divorzile, in quanto collegati a presupposti del tutto distinti, e disciplinati in maniera autonoma dal legislatore. 

La separazione personale dei coniugi, a differenza dello scioglimento del matrimonio o della cessazione dei suoi effetti civili non estingue il vincolo coniugale.

Il dovere di assistenza materiale, nel quale si concretizza l'assegno di mantenimento, non viene meno in quanto costituisce una dei cardini fondamentali del matrimonio e non è incompatibile con la fase, che talvolta può essere anche solo temporanea, della separazione.

La stessa cosa non può essere affermata in merito alla solidarietà post-coniugale che sta alla base dell'assegno di divorzio.

La Corte richiama la recente sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, con cui si afferma che, ai fini dell’attribuzione dell’assegno divorzile, l’esclusivo parametro per il giudizio d’inadeguatezza dei redditi o dell’impossibilità oggettiva di procurarseli deve essere quello dell’indipendenza economica del richiedente.

Esiste una profonda differenza fra il dovere di assistenza materiale fra i coniugi nell'ambito della separazione personale e gli obblighi connessi alla solidarietà post-coniugale nel giudizio di divorzio.

Nella separazione, il rapporto coniugale non viene meno, determinandosi soltanto una sospensione dei doveri di natura personale, quali la convivenza, la fedeltà e la collaborazione, ma rimangono immutati i doveri di natura patrimoniale – in caso di non addebitabilità della separazione – che assumono forme diverse adeguate alla nuova situazione. 

 

 

LA SEPARAZIONE

 

La separazione personale di coniugi è un istituto disciplinato dagli artt. 150 e ss. del codice civile, dal codice di procedura civile e da una serie di norme giuridiche speciali.

Quando si verificano fatti che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o che recano pregiudizio all'educazione dei figli ciascuno dei coniugi può chiedere al Tribunale la separazione.La separazione personale può essere consensuale, giudiziale di fatto.

La separazione consensuale si realizza con un accordo tra le parti che per avere efficacia deve essere omologato dal Tribunale. Qualora tale accordo è in contrasto con l'interesse dei figli, il Giudice indica ai coniugi le modifiche alle condizioni pattuite da adottare nell'interesse dei figli.

Perchè scegliere la separazione consensuale?

La separazione consensuale è meno traumatica per i coniugi ma soprattutto per i figli;

Consente alla parti di predisporre un autonomo regolamento di interessi, anche di carattere patrimoniale, conforme alle proprie esigenze;

La separazione consensuale è più veloce e meno costosa.

La separazione giudiziale viene dichiarata dal Tribunale su ricorso di uno o di entrambi i coniugi, a seguito di fatti, anche indipendenti dalla loro volontà che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza o rechino grave pregiudizio all'educazione della prole.

La parte può richiedere al Tribunale di dichiarare l'addebito della separazione. Il Giudice qualora ne ricorrono le circostanze può dichiarare a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione.

La dichiarazione di addebito ha come conseguenza:

- Il diritto del coniugi, al quale non è stata addebitata la separazione, di ricevere quanto necessario al suo mantenimento.

 

 

IL DIVORZIO

 

Il divorzio è l'istituto giuridico che permette lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando tra i coniugi è venuta meno la comunione spirituale e materiale di vita.

Si parla di scioglimento qualora sia stato contratto matrimonio con rito civile, di cessazione degli effetti civili qualora sia stato celebrato matrimonio concordatario.

Anche il procedimento di divorzio può seguire due percorsi alternativi, a secondo che vi sia o meno consenso tra i coniugi:

 

  • divorzio congiunto, quando c'è accordo dei coniugi su tutte le condizioni da adottare (in questo caso il ricorso è presentato congiuntamente da entrambi i coniugi)
  • divorzio giudiziale, quando non c'è accordo sulle condizioni (in questo caso il ricorso può essere presentato anche da un solo coniuge)

Il divorzio si differenzia dalla separazione legale in quanto con quest'ultima i coniugi non pongono fine definitivamente al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono gli effetti nell'attesa di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio.

Il divorzio è disciplinato dal codice civile (art. 149 c.c.), dalla legge 898/1970 (che ha introdotto l'istituto per la prima volta in Italia) e dalla legge n. 74/1987 (che ha apportato delle modifiche significative alla precedente).

Le cause che permettono ai coniugi di divorziare sono tassativamente elencate nell'art. 3 della legge 1970/898 e attengono principalmente ad ipotesi in cui uno dei coniugi abbia attentato alla vita o alla salute dell'altro coniuge o della prole, oppure abbia compiuto specifici reati contrari alla morale della famiglia.

La causa prevalente che conduce al divorzio è la separazione legale dei coniugi protratta ininterrottamente per un periodo di tempo (che oggi è ridotto a 6 mesi, che diventano 12, se la separazione è stata giudiziale). Il termine decorre dalla prima udienza di comparizione dei coniugi innanzi al tribunale nella procedura di separazione personale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale. Per la decorrenza del termine non vale il tempo che i coniugi hanno trascorso in separazione di fatto, senza cioè richiedere un provvedimento di omologa al Tribunale.

Il divorzio può quindi essere richiesto:

  • in caso di separazione giudiziale: qualora vi sia stato il passaggio in giudicato della sentenza del giudice;
  • in caso di separazione consensuale: a seguito di omologazione del decreto disposto dal giudice;
  • in caso di separazione di fatto: se la separazione è iniziata 2 anni prima del 18 dicembre 1970

Nei primi due casi, tra la comparizione delle parti davanti al Presidente del Tribunale nel procedimento di separazione e la proposizione della domanda di divorzio devono comunque essere trascorsi almeno sei mesi (o dodici se la separazione è stata giudiziale).

Con il divorzio viene meno lo status di coniuge e si possono contrarre nuove nozze.

La donna perde il cognome del marito.

A seguito di divorzio, vengono meno anche i diritti e gli obblighi discendenti dal matrimonio (artt. 51, 143, 149 c.c.), cessa la destinazione del fondo patrimoniale (art. 171 c.c.) e viene meno la partecipazione dell'ex coniuge all'impresa familiare (art. 230 bis c.c.).

La sentenza di divorzio potrà anche stabilire provvedimenti su:

  • questioni patrimoniali e assegnazione dell'abitazione familiare
  • versamento assegno divorzile
  • affidamento della prole

 

Quali sono gli effetti del divorzio?

- il mutamento dello stato civile e la conseguente possibilità di contrarre nuove nozze;

- la moglie perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio;

- l'obbligo per uno dei coniugi di corrispondere un assegno periodico all'altro, in proporzione alle proprie sostanze ed ai propri redditi.

- la perdita dei diritti successori;

- lo scioglimento della comunione legale.

 

L'AFFIDAMENTO CONDIVISO

Pei i provvedimenti relativi ai figli, la legge n.54 del 2006 ha introdotto il principio dell' affidamento cd. condiviso della prole ad entrambi i genitori.

Il Giudice  è chiamato a valutare in via prioritaria la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, oppure stabilisce a quale di essi i figli siano affidati, determinando in tal caso i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando la  misura e il modo in cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione ed alla educazione di figli. 

Nelle ipotesi di affidamento la norma auspica un ampio coinvolgimento di entrambi i genitori nella vita dei figli, in modo che la disgregazione dell'unità familiare incida il meno possibile negativamente sulla prole e non pregiudichi il diritto dei minori alla bigenitorialità.

 

 

LE ULTIME SULLA PAS (Alienzazione parentale)

 

La PAS non è una malattia ma una condotta illecita.
 

Tribunale, Milano, sez. IX civile, decreto 11/03/2017

 

Il Tribunale di Milano, sez. IX civ., decreto 9-11 marzo 2017, torna a decidere su un caso di alienazione parentale, la così detta PAS (sindrome di alienazione parentale), ribadendo che non si tratta di una patologia da indagare clinicamente, ma di una serie di condotte rilevanti per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale.

L’accertamento in giudizio di queste condotte impone, inoltre, una pronuncia di condanna ex art. 96 comma II c.p.c., per grave abuso dello strumento processuale.

 

Il caso

Dopo una prima regolamentazione del tribunale sul diritto di frequentazione del padre con la figlia nata da una convivenza di fatto, la madre aveva depositato un ricorso ex art. 709 ter c.p.c., segnalando che, dopo la pronuncia del decreto giudiziale, sarebbero insorte complicazioni riguardanti i rapporti tra il padre e la figlia minore: in particolare, il disinteresse del padre e la conseguente reazione della figlia minore.

A fronte della relazione del Servizio sociale, dalla quale risultava che la bambina era del tutto contraria ad avere frequentazioni con il padre a causa dell’idea di essere portata via dalla madre, il tribunale aveva disposto l’affidamento della minore al Comune, limitando la responsabilità genitoriale delle parti ma lasciando il collocamento presso la madre.

Il giudizio proseguiva con una CTU per l’esame diretto della bambina.

Dalla perizia risultava che la minore aderiva in maniera totale alla versione dei fatti narrati dalla madre, finendo per distorcere anche il dato reale. Al padre risultavano attribuite modalità comportamentali riferibili solo alla categoria dell’aggressività, nel tentativo della madre di renderlo inammissibile agli occhi della figlia piccola.

In conclusione, la consulente affermava: “finché la madre non darà il suo avallo, la figlia non potrà costruire una relazione buona e fiduciosa con il padre. Nel padre la madre vede solo negatività e non sa trovare nessun aspetto positivo o buono”.

Si ipotizzava, inoltre, un diverso collocamento: presso il padre oppure in affido etero familiare, che avrebbe consentito almeno un parziale recupero della relazione padre-figlia e la concreta disponibilità e possibilità del padre di farsi carico della bambina nella quotidianità.

 

Il provvedimento del tribunale.

 La relazione tra figlia e papà è stata compromessa da comportamenti alienanti del genitore collocatario. Secondo il Tribunale milanese, il termine alienazione genitoriale – per la prevalente dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, ma un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale. 

Tali condotte non richiedono l’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o l’origine patologia delle condotte.

I comportamenti della madre hanno causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di vulnerabilità per la figlia.

Un affido esclusivo al padre non è stato ritenuto applicabile a causa della sua fragilità emotiva, dovuta alla crisi degli affetti, e a causa del disagio della figlia di rifiuto del padre. 

Il provvedimento contiene l’espressa previsione dell’utilizzo della sanzione prevista per la responsabilità processuale aggravata nei confronti del genitore alienante che abbia promosso la causa.

La madre che agisce in giudizio contro il padre per questioni relative ai figli, e risulti poi essere l’autrice di comportamenti alienanti, propone una azione che è da ritenere processualmente viziata da colpa grave e come tale meritevole di sanzione ex art. 96 comma III c.p.c.

L’art. 96 comma III c.p.c. risponde ad una funzione sanzionatoria delle condotte di chi, abusando del proprio diritto di azione e di difesa, si serve dello strumento processuale a fini dilatori, contribuendo così ad aggravare la mole del contenzioso e, conseguentemente, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti.

La norma istituisce un’ipotesi di condanna di natura officiosa per l’offesa arrecata alla giurisdizione (Corte Cost., sentenza 23 giugno 2016, n. 152). 

La madre è stata quindi condannata alle spese del processo e a una somma di uguale misura, da quantificarsi sul valore delle spese di lite.

 

La giurisprudenza sul fenomeno PAS

Il Tribunale di Milano, con decreto del 13 ottobre 2014, aveva ritenuto inammissibile l’accertamento istruttorio relativo all’esistenza della sindrome da alienazione parentale poiché non è ancora riconosciuta sul piano scientifico.

Il comportamento “alienante” può rilevare sotto altri e diversi profili, ma non come “patologia” del minore, che quindi non può essere sottoposto ad accertamenti diagnostici.

Con la sentenza del 20 marzo 2013, n. 7041, la Corte di Cassazione, pur non negando espressamente l’esistenza del fenomeno, ha anche affermato che non può essere il solo ed essenziale elemento sulla cui base prendere decisioni particolarmente incisive nella vita dei minori coinvolti in ipotesi di crisi familiare. La tutela del minore deve assumere sempre valore primario e l'astratta presenza del disagio non può essere posta, in maniera automatica, a fondamento di un provvedimento di affidamento o di decadenza dalla potestà, essendo necessaria una scelta giudiziale ponderata e verificata anche alla luce di tutte le eventuali censure e contraddizioni mosse dalle parti processuali o rilevabili nella comunità scientifica.

Tuttavia, con un’altra sentenza dello stesso anno (Cass. Civ. 8 marzo 2013, n. 5847) la Cassazione ha riconosciuto l’esistenza della PAS, confermando la decisione assunta dal giudice territoriale che, riformando la sentenza di primo grado, aveva disposto l'affidamento esclusivo alla madre a causa dei comportamenti ostruzionistici del padre – risultanti da una relazione psichiatrica – volti a demolire la figura della madre, costretta a subire l'allontanamento ingiustificato dei figli.

Un nuovo cambio di rotta si è avuto di recente con la sentenza della Cassazione n. 6919 dell’8 aprile 2016, in cui la Corte ha enunciato il seguente principio di diritto: in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.

MANTENIMENTO FIGLI E SPESE STRAORDINARIE

  ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER I FIGLI

 

In sede di separazione, di divorzio e di affidamento dei figli il Giudice deve stabilire in ordine all'obbligo dei gentori il mantenomento.

Per effetto del combinato disposto degli artt. 147 e 155 c.c., i genitori hanno l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole, tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazione dei figli e che, a tal fine il giudice che pronuncia la separazione fissa la misura ed il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento degli stessi. 

Inoltre fermo restando che "ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito" il legislatore prevede che il giudice possa stabilire, ove necessario, "la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1. le attuali esigenze del figlio;

2. il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di matrimonio o convivenza;

3. i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

4. le risorse economiche di entrambi i genitori;

5. la valenza dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore".

 

LE SPESE STRAORDINARIE

In tutte le ipotesi di separazione, divorzio e affidamento dei minori, inoltre è prevista la contribuzione alle spese strordinarie dei figli.

Sul punto si precisano le spese straordinarie subordinate al consenso tra i genitori suddivise nelle seguenti categorie:

- SCOLASTICHE: iscrizioni e rette a scuole private, iscrizioni, rette ed eventuali spese alloggiative ove fuori sede di università pubbliche e private, ripetizioni, viaggi di istruzione organizzati dalla scuola; 

- SPESE LUDICHE E PARASCOLASTICHE: corsi di lingua o attività artistiche (musica, disegno, pittura), conrsi di informatica, centri estivi, viaggi e istruzione, vacanze trascorse autonomamente senza i genitori;

- SPESE SPORTIVE: attività sportiva comprensiva dell'attrezzatura e di quanti necessario per lo ssvolgimento dell'eventuale attività agonistica;

- SPESE MEDICO SANITARIE: spese per interventi chirurgici, spese odontoiatriche, oculistiche e sanitarie non effettuate tramite SSN, esami diagnostici, analisi cliniche, visite specialistiche, cicli di psicoterapia e logopedia;

 

Di seguito l'indicazione delle spese straordinarie per le quali non è richiesta la previa concertazione:

libri scolastici, spese sanitarie urgenti, acquisto di farmaci prescritti ad eccezione di quelli da banco, spese interventi chirurgici indifferibili sia presso strutture pubbliche che private, spese ortodontiche, oculistiche e sanitarie effettuate tramite SSN in difetto di accordo sulla terapia con specialista privato.

 

Consulta il Protocollo di Intesa del Tribunale di Roma relativo alle spese ordinarie e strordinarie:

DIVORZIO

 

DIVORZIO BREVE: Ddl approvato in via definitiva dalla Camera il 22.04.2015

 

Ecco i punti chiave

 

Separazioni giudiziali: nelle separazioni giudiziali si riduce da tre anni a dodici mesi la durata minima del periodo tra la separazione ed il divorzio, ossia è possibile chiedere il divorzio dopo dodici mesi dalla separazione.

 

Separazioni consensuali: Nelle separazioni consensuali si riduce a sei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio; il termine più breve è riferito anche alle separazioni che, inizialmente contenziosa, si trasformano in consensuali;

 

Separazioni in corso: La cessazione del matrimonio può essere chiesta da uno dei coniugi o da entrambi se è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la se è stata pronunciata con sentenza  giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto la separazione di fatto è iniziata dal almeno sue anni prima del 1970.

 

Separazione dei beni: Fino ad oggi la separazione dei beni avvenivano al momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione personale, il nuovo testo normativo prevede invece che la separazione dei beni avviene nel momento in cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale.

 

 

Quando sorge il diritto a rivendicare la quota di TFR?

L’art. 12 della legge divorzile 890/70 e successive modifiche così recita: “Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento e di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze, e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge, all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”.

Affinché sorga il diritto alla liquidazione del TFR è necessario:

a) Che il coniuge richiedente sia titolare di un assegno divorzile;

b) Che questi non abbia contratto nuovo matrimonio. 

La liquidazione viene determinata in percentuale e comunque non superiore al 40%.

In sostanza una volta appurato il diritto alla percentuale del TFR il calcolo andrà fatto come segue: prima dovrà calcolarsi il 40% del TFR percepito o percependo dal marito. Poi andrà suddiviso il risultato per il numero degli anni prestati al servizio del datore di lavoro che versa l’indennità.

Infine bisognerà moltiplicare il risultato per gli anni di matrimonio in costanza del rapporto di lavoro.

In tale ultimo computo vanno anche calcolati gli anni successivi alla separazione fino al divorzio, (per la giurisprudenza il matrimonio non termina con la separazione, bensì con la pronuncia di divorzio).

 

L’AZIONE PER IL RECUPERO DEL DOVUTO

L’azione di recupero della quota di cui la ex coniuge ha diritto dovrà essere esercitata nei confronti direttamente del coniuge. 

E’ comunque pacifico che il diritto al TFR si perda allorché il coniuge anziché beneficiare dell’assegno divorzile, abbia optato volontariamente per il cosiddetto assegno “una tantum” previsto dall’art. 5 della legge divorzile.

 

QUOTA DEL T.F.R. E INTERVENTO DELLA CASSAZIONE

Innanzi tutto si è escluso il diritto della donna a richiedere il TFR se non a seguito di un procedimento divorzile, essendo irrilevante la circostanza che questa in sede di separazione fosse titolare nel mantenimento.

Dunque allorché il marito, come spesso avviene, artatamente si dimetta dal lavoro prima del deposito del ricorso per divorzio, la moglie non potrà rivendicare alcunché del TFR.

In senso analogo si è anche pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n. 463 del 2002.

La Cassazione per sopperire in un certo qual modo ad artate manovre dell’obbligato per percepire la liquidazione prima del divorzio, ha comunque precisato come il diritto della quota del TFR maturi anche senza che intervenga la pronuncia del divorzio, purché però sia stata proposta almeno la relativa domanda giudiziale.

Un’altra questione che era frequentemente sorta era quella di stabilire se la moglie avesse diritto all’intera parte del TFR computando anche gli anticipi percepiti dal lavoratore o soltanto la parte versata alla fine del rapporto lavorativo.

L’orientamento ormai univoco è che vadano computate nel TFR tutte le somme percepite dal lavoratore sia prima, sia successivamente all’interruzione del rapporto.

In sostanza secondo costante  orientamento della Cassazione:

a) Ove l’indennità di fine rapporto maturi prima della proposizione della domanda giudiziale di divorzio e cioè del deposito in cancelleria del ricorso, il coniuge non ha diritto ad alcuna quota;

b) Ove l’indennità venga maturata dopo la pronuncia della sentenza di divorzio, può essere attribuita la quota di indennità di fine rapporto, anche con la stessa sentenza che pronuncia il divorzio e che dichiari il diritto al mantenimento;

c) Ove la liquidazione dell’indennità di fine rapporto venga a maturare dopo la proposizione della domanda giudiziale di divorzio, ma prima della pronuncia della sentenza, egualmente, allorché il Tribunale riconosca di dover pronunciare il divorzio e di determinare l’assegno di mantenimento, potrà attribuire nella stessa sentenza la quota del TFR, anche se percepita in precedenza al lavoratore, in favore del coniuge avente diritto;

d) Nella determinazione della quota del TFR vanno computate sia le somme dovute al termine del rapporto di lavoro che quelle percepite in corso di impiego, purché versate dopo l’entrata in vigore della legge n. 74/87.

La Cassazione, ha specificato che se non vi è assegno divorzile in concreto, non si potrà richiedere la percentuale del TFR.

Del resto sul punto già nel 1994 la Corte Costituzionale con la sentenza n. 199 aveva reiterato la pronuncia di inammissibilità sulla questione di legittimità costituzionale in asserito contrasto con l’art. 3 della Costituzione nella parte in cui escludeva il diritto di attribuire l’indennità di fine rapporto all’ex coniuge non titolare dell’assegno di divorzio.

 

IL CONCETTO DI INDENNITA’ DI FINE RAPPORTO

Anche su tale punto va detto che la giurisprudenza appare assolutamente rigida non ammettendo l’estensione del diritto della moglie se non a quello che costituisce il T.F.R. in senso stretto versato dal datore di lavoro al momento della pensione o della morte del lavoratore.

In sostanza l’indennità di fine rapporto a cui fa riferimento l’art. 12 bis della legge n. 798/70 e succ. modifiche, non può che essere rappresentata unicamente da quella indennità comunque denominata, che maturando alla cessazione del rapporto di lavoro, è determinata in proporzione alla durata del rapporto medesimo ed all’entità della retribuzione corrisposta dal lavoratore.

Tale previsione riferita alla retribuzione in senso tecnico (in tal senso si era anche pronunciata la Cassazione n. 5720/2003), tipica del rapporto di lavoro subordinato pubblico o privato, non può pertanto essere estesa ad istituti di diversa natura preminentemente previdenziali o assicurativi aventi origini a da rapporti di lavoro non subordinato o di natura privata. Non rientrano nel T.F.R. quindi le varie l’indennità di cessazione dal servizio, corrisposte a taluni professionisti, accumunate al T.F.R. in senso stretto solo per la scadenza, e cioè versate al momento della cessazione dell’attività nè le altre indennità che, per il contratto specifico di lavoro applicato, vengono attribuite al dipendente al momento della cessazione del rapporto (il diritto di partecipare ad aumenti azionari, a partecipazioni in taluni settori dell’azienda e simili).

Lo stesso principio vale per le aziende in crisi per le altre indennità versate in ambito di lavoro subordinato, non strettamente configurabili quale TFR, come nel caso degli incentivi versati al lavoratore che decida di lasciare anticipatamente il lavoro nell’azienda in crisi e simili.

RICORSO PER INADEMPIENZE O VIOLAZIONI

I genitori possono presentare ricorso al Tribunale in ordine all'esercizio della potestà genitoriale o delle modalità dell'affidamento.

A seguito del ricorso il Giudice convoca le parti ed adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze o di atti che arrecano pregiudizio al minore od ostacolano lo svolgimento delle modalità dell'affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può:

 - ammonire il genitore inadempiente; 

- disporre il risarcimento danni a carico di uno dei genitori a favore del minore;

- disporre il risarcimento dei danni a carico di uno dei genitori nei confronti dell'altro;

  

 

ATTRIBUZIONE DELLA PENSIONE DI REVERSIBILITA’

 Qualora sopravvengono giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del Pubblico Ministero, può su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura ed alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli art. 5 e 6.

In caso di morte dell’ ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.

Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5.

 Se in tale condizione si trovano più persone, il Tribunale provvede a ripartire fra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.

 Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilità.

 

 

PENSIONE DI REVERSIBILITA’ DEL DIVORZIATO

La Legge sul Divorzio riconosce al coniuge divorziato il diritto a percepire la pensione di reversibilità dell’altro ex coniuge defunto se sussistono tre condizioni:

  1.  il coniuge divorziato deve già percepire dall’ex coniuge defunto un assegno divorzile versato con cadenza periodica: in altri termini, se al momento del decesso il coniuge superstite non aveva diritto all’assegno (perchè tale diritto non era mai stato riconosciuto o perché era stato riconosciuto e poi revocato) o se aveva ricevuto l’assegno di divorzio in un’unica soluzione, non avrà diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto;
  2.  il coniuge divorziato superstite non deve essersi risposato. Se il coniuge divorziato superstite è convivente con un soggetto terzo, ciò non comporta di per sè la perdita del diritto alla reversibilità;
  3.  in terzo luogo, il rapporto di lavoro da cui trae origine il trattamento pensionistico deve essere anteriore alla sentenza di divorzio.

L'ex coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità? La parola alle Sezioni Unite

Cassazione Civile, sez. I, ordinanza 10/05/2017 n° 11453.

La Corte da atto, in prima battuta, dell’insegnamento reso dalla Sezione Plenaria nella sentenza n. 159/1998, che ha risolutivamente attribuito qualifica di autonomo diritto avente natura previdenziale al trattamento di reversibilità in favore del coniuge divorziato, che sorge in modo automatico alla morte del coniuge pensionato in forza di un’aspettativa maturata, sempre in via autonoma, nel corso della vita matrimoniale, per poi evidenziare che, per quanto confermato nelle successive pronunce a questa coeva, il medesimo orientamento ha condotto nella giurisprudenza lavoristica alla conseguenza dell’insussistenza del diritto quando la corresponsione periodica dell’assegno di divorzio non sia in corso al momento della domanda, affermando che, ferma la precondizione della titolarità attuale del diritto all’assegno di divorzio “la pensione di reversibilità (o una  quota di essa) può essere riconosciuta solo nei casi in cui, in sede di regolamentazione dei rapporti economici al momento del divorzio, le parti non abbiano convenuto la corresponsione di un capitale una tantum.” (Cass. Civ. sez. lav. n. 10458/2002).

Alla medesima conclusione, continua la Corte, è, poi, giunta la stessa Sezione Civile I della Corte (sentenza n. 17018/2003), ribadendo, seppur in sede di determinazione dei criteri di quantificazione della quota di pensione di reversibilità spettante al coniuge divorziato in concorso con il coniuge superstite, che il diritto in questione si fonda sulla precondizione della corresponsione periodica dell’assegno medesimo, salvo poi cambiare orientamento, sebbene trattando la diversa ma per molti aspetti analoga questione della costituzione o trasferimento di un diritto in luogo di un versamento periodico di una somma di denaro e della sua riconducibilità al concetto di titolarità dell’assegno divorzile, ed affermare “l’accordo intervenuto tra i coniugi in ordine all’attribuzione dell’usufrutto sulla casa coniugale a titolo di corresponsione dell’assegno di divorzio in un'unica soluzione, è idoneo a configurare la titolarità di detto assegno; ne consegue che tale costituzione di usufrutto soddisfa il requisito della previa titolarità di assegno prescritto dall’art. 5 della legge ai fini dell’accesso alla pensione di reversibilità o, in concorso con il coniuge superstite, alla sua ripartizione.” (Cass. Civ. n. 13108/2010; Cass. Civ. n. 16744/2011).

Il principio affermato da questo orientamento, in sostanza è quello secondo cui, ferma la natura previdenziale e l’autonomia del diritto alla pensione di reversibilità (o ad una quota di essa) in capo al coniuge divorziato, il requisito della titolarità dell’assegno richiesto dalla legge per il suo riconoscimento deve ritenersi soddisfatto tutte le volte in cui vi sia stato un accertamento giudiziale relativo alla sussistenza delle condizioni solidaristico-assistenziali ad esso sottese, restando irrilevante il fatto che sia stato già riconosciuto ed assolto il relativo pagamento in un’unica soluzione.

 

  

 

CALCOLO IMPORTO DOVUTO A TITOLO DI PENSIONE DI REVERSIBILITA’

L’importo dovuto a titolo di pensione di reversibilità viene calcolato in base al rapporto intercorrente tra la durata del matrimonio e il periodo di maturazione della pensione in capo al defunto.

L’arco di durata del “matrimonio” comprende anche l’eventuale periodo di separazione legale, fino alla data della sentenza di divorzio: solo in questa data, infatti, si è definitivamente e sicuramente ottenuto lo scioglimento del vincolo matrimoniale (o la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario)

 

 

SUDDIVISIONE PENSIONE REVERSIBILITA’ TRA EX CONIUGE E VEDOVA 

Se il coniuge defunto non si era risposato, la pensione di reversibilità spetta solamente al coniuge divorziato superstite (ovviamente, se sussistono tutti i presupposti di legge e nei limiti dell’arco di durata del matrimonio poi conclusosi con il divorzio). Anche se dopo il divorzio il coniuge defunto aveva intrapreso una convivenza con un soggetto terzo, l’intera pensione di reversibilità spetta comunque all’ex coniuge divorziato.

Se invece, dopo il divorzio, il defunto aveva contratto nuove nozze, allora la pensione di reversibilità spetta in parte all’ex coniuge divorziato e in parte al nuovo coniuge superstite, ossia alla vedova.

Secondo la Legge sul Divorzio la ripartizione delle quote viene fatta dal Tribunale in considerazione della durata dei rispettivi matrimoni: tuttavia, si è stabilito che il Tribunale non può basarsi soltanto sul numero di anni di durata di ciascun matrimonio, ma deve tenere in debita considerazione lo stato di bisogno dei singoli superstiti (divorziato e vedovo), ossia le relative condizioni economiche e reddituali, nonché se vi sia stata o meno da parte della vedova l’accudimento durante una malattia che ha portato alla morte il coniuge.

La pensione di reversibilità deve essere richiesta dall’ex coniuge superstite interessato alla pensione di reversibilità dovrà avanzare un apposito ricorso al Tribunale affinché il suo diritto sia accertato e riconosciuto. 

In tal caso il Tribunale valuta se, al momento della richiesta, il divorziato richiedente rispetta i tre presupposti richiesti dalla Legge sul Divorzio, ossia se già percepisce un assegno divorzile periodico dall’ex coniuge defunto,  se il suo stato civile è rimasto libero e se il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico è anteriore alla data in cui è stata pronunciata la sentenza di divorzio.

Al ricorso diretto al conseguimento della pensione di reversibilità deve essere allegato un atto notorio dal quale risultino tutti gli aventi diritto.

 

 

REVERSIBILITA’ A FAVORE DEI GENITORI DIVORZIATI SPETTANTE DOPO LA MORTE DEL FIGLIO PER FATTI DI SERVIZIO

 La Legge sul Divorzio prende in esame anche un caso particolare: il diritto alla pensione di reversibilità in capo ai genitori divorziati il cui figlio sia morto per fatti di servizio.

In tale ipotesi, la pensione di reversibilità è attribuita automaticamente in parti eguali a ciascun genitore dall'ente erogante. Alla morte di uno dei due genitori divorziati, la quota parte di pensione si consolida automaticamente in favore dell’altro.

La pensione di reversibilità spetta in parti uguali anche ai genitori divorziati del figlio dipendente statale deceduto in attività di servizio o militare in servizio permanente o continuativo.